American Beauty

Spero di farcela a passare il confine.
Spero di vedere il mio amico e stringergli la mano.
Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni.
Spero.
(Red, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, S. King)

venerdì, 25 aprile 2008

Saluti da Parigi

  • Facile dire che per conoscere Parigi bisogna vederla come i parigini: ma nessun parigino vede in cinque giorni Torre Eiffel, Notre Dame, Versailles, Louvre, Museo d'Orsay e Sacrè Coeur. Venendoci per la prima volta voglio vedere quanti più posti imperdibili posso, perché se sono imperdibili c'è davvero un motivo, e quindi mi tocca fare un po' il giapponese. Poi per vivere la città da parigino ci saranno altre occasioni.
  • Italiani, ovunque. Sulla Torre Eiffel gruppo di amici romani; sul treno per Versailles coppia veneta di mezza età; nella brasserie fuori dalla Sainte Chappelle famiglia toscana con annessa fidanzata del figlio; in coda al Louvre coppia giovane bolognese con Gazzetta (cavolo, Totti si è rotto di nuovo!); all'Orsay ben due gite scolastiche, un liceo artistico di Gorizia con due punk pazzesche e dei professori simpatici (ahimè, alla mia età quando trovo le classi in gita mi metto a parlare con i professori e non con le studentesse!), e una classe forse milanese dall'aria fighetta. Per il resto tantissimi spagnoli e i soliti giapponesi, tra i quali una notevole classe in divisa scolastica, proprio come negli anime (ma ragazze purtroppo bruttine).
  • Se costretti a scegliere: Sainte Chappelle piuttosto che Notre Dame; Orsay piuttosto che Louvre; Versailles piuttosto che qualunque altra cosa.
  • Se non vi piacciono le persone di colore, a Parigi semplicemente non andateci.
  • Se vi piacciono le ragazze con gli occhi azzurri, pure vi conviene non andarci, perché fatichereste ad andare via. Non che le francesi siano molto più belle delle italiane, ma è ovunque un luccichio ceruleo, dalla cassiera dell'Orsay alla ragazzina imbrociata che manda SMS dagli Champs Elysées, che, per chi ama il genere, è davvero un bel vedere.
  • Il barbone che dormiva su una panchina di fronte a Notre Dame avrebbe meritato di essere notato da un blogghista più bravo, che avrebbe saputo parlare del contrasto tra magnificenza e miseria, o dei suoi illustri predecessori della Corte dei Miracoli immortalati da Hugo, o del fatto che, se proprio il mendicante si deve fare, tanto vale farlo in uno dei posti più belli del mondo.
  • Il treno per Versailles passa per Issy, un quartiere di uffici alla perifieria sud. Ci sono enormi palazzi con marchi famosi come Eurosport e Canal+, ma la domenica mattina è deserto da far paura: sembra il sogno di Tom Cruise in Vanilla Sky.
  • Lo sfarzo di Versailles è quasi osceno, continua a venirmi in mente la battuta di Mel Brooks, "E' bello essere re". Nel pomeriggio fanno funzionare le fontane dei giardini con sottofondo di musica barocca: le fontane sono una mia passione fin da bambino, e per i novanta minuti in cui sono accese corro per i giardini dall'una all'altra totalizzando un chilometraggio che Gattuso non disprezzerebbe. Nel gran finale alla Fontana di Nettuno gira il vento e un getto ci finisce addosso, ma va bene: quante volte ti capita di fare una doccia offerta dal Re di Francia?
  • Se un marziano venisse portato nella Sala degli Stati del Louvre e gli dicessero che lì c'è il quadro più famoso del pianeta Terra, penso che direbbe: "Sì, in effetti queste Nozze di Cana sono straordinarie!".
  • Però la visita al Louvre è stata l'unica cosa non dico spiacevole, ma certo stressante del viaggio: troppe sale, troppe opere da vedere, troppi chilometri da percorrere, troppa gente (entro all'apertura e la coda è tollerabile, ma quando alle 11 mi riaffaccio nell'atrio sembra di essere a stazione Termini nell'ora di punta). La mia Routard propone una visita "lampo" di quattro ore: la completo in sei e la finisco stanco e stressato, anche per l'aria condizionata che tortura le mie lenti a contatto.
  • L'autofocus della mia digitale ama i contorni netti e definiti, e quindi non gli piacciono gli Impressionisti: sulle Ninfee di Monet in particolare la spia rossa non sente ragioni. Sarebbe stata bene nella giuria del Salon che continuava a rifiutarli.
  • Io di arte non capisco nulla, e proprio per questo è curioso che Van Gogh mi emozioni tanto: all'Orsay sto per commuovermi, i colori violenti e le forme sbilenche sembrano urlare angoscia. Mi piace guardare i suoi quadri di taglio, vedere lo spessore della tempera ammucchiata per formare fiori o stelle: praticamente dipingeva in Braille. Monet è perfetto, ma Van Gogh è sconvolgente.
  • La mattina presto la scalinata che porta al Sacrè Coeur è del tutto deserta, e noto subito su una panchina una piccola borsa viola con appeso un cagnolino di peluche. Penso che dovrei portarla dove la proprietaria la possa ritrovare, ma non c'è proprio nessuno intorno a cui affidarla: poi penso ad una storia alla Amélie Poulain, una borsa abbandonata volutamente per conoscere chi la ritroverà, e immagino che dentro ci sia una foto di una ragazza con la maschera di Zorro e qualche indizio misterioso. Poi penso che ho l'aereo nel pomeriggio, e se voglio fare in tempo a vedere Montmartre devo muovermi, e la lascio lì.
  • Sono convinto che ad Amélie non piacerebbe Place du Tertre: bistrot, gallerie e pittori sembrano messi lì per ricreare una Montmartre fittizia ad uso e consumo dei turisti. Sicuramente amerebbe invece le stradine meno frequentate e più romantiche dietro il Sacrè Coeur, come Rue des Saules e Rue Saint Vincent.
  • Alla fine della passeggiata per Montmartre trovo proprio il locale di Amélie, il Café des Deux Moulins alla fine di Rue Lepic. Mi rinfresco (ovviamente non ho bisogno di chiedere dov'è il bagno), mi siedo e dò un'occhiata in giro: c'è un poster firmato da Audrey Tautou, e alcuni stranieri appassionati del film che fotografano come matti, ma i clienti francesi sembrano proprio i personaggi del film (seduta ad un tavolino c'è una donna identica alla tabaccaia Georgette). L'Amélie che mi porta il caffè però è di colore, come quasi tutte le sue colleghe. Chiedo anche un panino che mi farà da pranzo: al momento del conto mi pare che la notorietà del posto faccia lievitare un po'il totale, ma non mi scandalizzo.