American Beauty

Spero di farcela a passare il confine.
Spero di vedere il mio amico e stringergli la mano.
Spero che il Pacifico sia azzurro come nei miei sogni.
Spero.
(Red, Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, S. King)

giovedì, 03 aprile 2008

Non-recensione di Tutta la vita davanti

(Non-recensione, perché ammetto che non c'è nessun giudizio di carattere cinematografico).

Mi è rimasta addosso una certa insoddisfazione dall'ultimo film di Virzì, e il motivo lo centra bene miic in questo commento a un post di Akille: l'impressione che alla fine il mondo dei precari lo conosco mille volte meglio io di Virzì. Quello del regista finisce per essere uno sguardo dall'esterno, e Marta sembra a volte un'esploratrice inviata a studiare una popolazione sottosviluppata di donne che non conoscono Heidegger e che quindi saranno necessariamente delle cattive madri (a differenza della madre della protagonista, che dice alla figlia di prendere una busta "sotto la Ginzburg".)

Ad un certo punto il film mi parlava, più che del mondo dei precari, del mondo di Virzì: un mondo in cui i ritirati da filosofia fanno tutti gli autori televisivi, i pubblicitari e i giornalisti di costume, e in cui i sindacati affrontano il problema del precariato con serate di cabaret a cui invitano attori, registi e giornalisti amici di Virzì, i quali guardano una precaria vera con un misto di estraneità e pena, come fosse un'aliena tetraplegica (i sindacalisti veri, quelli che ho conosciuto, hanno tanti difetti, ma non certo l'ingenuità idealista). Ah, e c'è la vecchina presa dalla pubblicità del Mulino Bianco da cui ambientare un finale che non è rassicurante, ma ha tutti i difetti di uno rassicurante.

E comunque la Mancuso a volte mi piace, a volte non mi piace, e stavolta non mi è piaciuta per nulla: ciò non toglie che il peggior critico cinematografico d’Italia sia indiscutibilmente Natalia Aspesi.